Che cosa c’è di più vintage che recarsi in un bar e chiedere un chinotto?

In uno dei miei momenti di nostalgia infantile ripensavo a com’era bello andare a trovare la mia biondissima e golosissima nonna paterna d‘estate e vedere la bottiglia di chinotto sul tavolo del suo tinello.

Ovviamente, da piccola, quel sapore amarognolo non mi faceva impazzire ma ogni volta mi ostinavo a riempirmi il bicchiere per partecipare, comunque, a quel rito!

Oggi voglio andare alla scoperta di questa bevanda e voglio finalmente rispondere ad un interrogativo che mi perseguita da anni: con che cosa è fatta questa bibita scura tanto simile, ma solo in apparenza, alla Coca Cola? Ebbene non ci crederete mai ma il chinotto è un agrume proprio come l’arancio, il cedro, il bergamotto! Fu importato probabilmente dalla Cina e sembra sia frutto di una mutazione spontanea del melangolo o arancio amaro. Il suo nome scientifico è Citrus Myrtifolia, un alberello alto un metro e mezzo circa con pochi rami carichi di foglie piccole di colore verde scuro.

Questa pianta venne portata dalla Cina in Europa nel lontano 1500 da un navigatore (almeno così sembra) savonese ed è così che si sviluppò, in seguito, una vera e propria industria del chinotto in tutta la riviera di Ponente.

Anche se i natali della bevanda analcolica non sono del tutto certi – pare sia nato nel 1932 ad opera della San Pellegrino – sappiamo però che fu Pietro Neri a commercializzarlo, nel 1949, in maniera innovativa.

Negli anni ’50 e ’60, infatti, la bibita ebbe una larghissima diffusione in tutta Italia e molti “diversamente giovani” ricorderanno i famosi slogan “Non è chinotto, se non c’è l’8”, “Se bevi Neri Ne RI bevi, “Sapore raro, dissetante dolce e amaro”.

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La pubblicizzazione del Chinotto Neri prevedeva, oltre ai vari carosello e alla cartellonistica  una trovata geniale, data l’epoca: grandi automobili americane sormontate da giganti riproduzioni di bottiglie di Chinotto Neri in giro per le città italiane, una sorta di pubblicità BTL ante litteram!

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San Pellegrino (gruppo Nestlè), esporta il chinotto in tutto il mondo con il marchio commerciale Chinò.

Il chinotto San Pellegrino si diffonde nei primissimi anni ’50 e viene ribattezzato Chinò negli anni ’80.

Chino’ rappresenta per l’azienda una “bevanda fuori dal coro”, dedicata a chi ama esprimere davvero la propria personalità e a chi guarda il mondo attraverso la lente dell’originalità.

“L’altro modo di bere scuro”, “C’è chi beve la solita roba, e c’è chino’”, “Bevi fuori dal coro” sono solo alcuni dei simpatici slogan che hanno accompagnato il prodotto negli anni.

 

E poi c’è il Chinotto Lurisia, dal sapore veramente vintage: bottiglietta in vetro, etichetta stile anni ’50 e il vanto di essere “il vero Chinotto” “presidio Slow Food del Chinotto di Savona”.

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Insomma a quanto pare questa Coca Cola autarchica all’italiana è tutt’altro che demode’ e sta conquistando sempre di più i palati dei giovani per la gioia dei cultori incalliti e nostalgici che non hanno mai smesso di amarla.

I sapori di una volta rassicurano e forse questa crisi fa venire voglia un po’a tutti di tornare indietro e di riscoprire i prodotti con un’anima che hanno caratterizzato epoche felici.

Che dire! speriamo basti un chinotto per sentirci tutti un po’più ottimisti…

 

 

Ilaria Ciarrocchi