E’ con immenso piacere che per la rubrica di Penna e palato intervisto Eraldo Baldini, lo scrittore ravennate (autore, tra gli altri, di libri di successo come Nebbia e cenere, Come il lupo, L’uomo nero e la bicicletta blu) padre del “gotico rurale”, che potremmo definire un meta-genere letterario più che un genere, perché combina elementi di scrittura noir, gotica e con venature di grottesco immersi in scenari contadini che ne amplificano emotivamente il senso ed evocano la tradizione delle storie tramandate, terrificanti, mitologiche, fiabesche. Antropologo ed etnografo, scrittore e sceneggiatore, Eraldo Baldini pubblica in Italia con Einaudi Stile Libero: nel 2012 è appunto uscito il libro Gotico Rurale, una raccolta di raccolti ampliata e riproposta dalla sua prima pubblicazione del 2000.
E proprio perché il suo gotico è rurale, non si può parlare di Eraldo Baldini senza citare le sue origini romagnole, un contesto interessante quando, per esempio, si parla di buona cucina. A lui ho riproposto le tre domande di rito di questa rubrica, e le bellissime risposte sono state quelle di un buongustaio che non tradisce mai l’anima di scrittore, ma anche il contrario. Leggere per credere.

gotico-rurale-2g

1) Scrittura e cucina. Cosa le accomuna per te?
Sono entrambe attività che presumono due diverse capacità: da una parte quella creativa, magari persino immaginifica, e dall’altra un bagaglio tecnico, una dose di “mestiere”. Ma forse la comunanza principale riguarda il fine: sia la scrittura che la cucina si prefiggono, o così dovrebbe essere, di dare nutrimento, l’una al copro l’altra alla mente e allo spirito, ma anche di farlo attraverso il piacere. Insomma, non semplicemente cibo e pagine, ma buon cibo e buone pagine, con un uso sapiente degli ingredienti e delle parole, alla ricerca di un risultato per il quale valga la pena impegnare tempo, fatica e idee.

2) Un breve aneddoto con protagonista una ricetta a cui ti senti legato o un cibo che ti emoziona.
Io amo molto lo stinco di maiale. Una volta, al Festivaletteratura di Mantova, nei vari ristoranti lo chiedevo sempre ma mi veniva regolarmente risposto o che non l’avevano, o che era esaurito. Una sera finalmente lo trovo. Eravamo una bella tavolata di amici e colleghi, tra cui Carlo Lucarelli, Simona Vinci ecc. All’improvviso arriva nel locale Giulio Einaudi col suo piccolo staff, e immediatamente, come faceva sempre, sceglie di sedersi con noi. Gli piaceva stare non solo con i suoi giovani autori, ma con i giovani in generale. Per motivi di età e soprattutto di salute, ordina (anzi, qualcuno lo fa per lui) una minestrina in brodo. Che dopo poco arriva, insieme al mio appetitoso stinco di maiale. A quel punto, Einaudi si mette a osservare il mio piatto e mi chiede se può assaggiarlo. Glielo passo, e lui mi passa la minestrina in brodo, cosa che un po’ mi sconcerta e mi fa temere il peggio. Ma si poteva forse obiettare qualcosa al mitico Giulio Einaudi? Per farla breve, si mangiò tutto il mio stinco e io dovetti sorbirmi quello squallido piatto da ospedale.

3) Menu autobiografico. Tre piatti che sanno raccontarti come un libro.
Partiamo dai cappelletti, la pasta ripiena tipica della mia Romagna. Più grandi dei tortellini, con ripieno senza carne. La cottura (in brodo, rigorosamente) crea, per il gusto e per i denti, due diverse consistenze: la sfoglia, che non cuoce completamente, rimane più dura e il ripieno invece morbido, così che tutti i sensi, compreso il “tatto”, siano sollecitati. I tortellini bolognesi, a mio avviso, sono troppo piccoli per consentire questo meraviglioso contrasto. Anche la piadina romagnola, che cuoce sul testo per poco tempo, pur essendo molto sottile presenta una particolare fragranza dovuta a un grado di consistenza diversa tra la superficie molto cotta e quasi croccante e un interno invece arrendevole. Per finire, un insaccato tipico della mia zona, e’ salam zintìl, il salame gentile. Al suo interno ci sono dadini piuttosto grandi di lardo bianco e “dolce” che forma uno splendido contrasto con la carne rossa. Be’, anch’io sono un po’ così, come i tre piatti o cibi appena descritti: da vero romagnolo, presento una scorza dura che però nasconde qualcosa di tenero e dolce.