“La cucina rappresenta fondamentalmente la vita, perché attraverso il cibo possiamo fare tante cose, raccontare chi siamo alle persone che ci vogliamo bene e questo per me rappresenta il massimo”, fin da piccolo lo chef Bruno Barbieri ha avuto una grande passione per la cucina, particolare influsso ha avuto sua nonna, perpetua di un prete con tutto un mondo culinario straordinario;  molti anni fa il prete era considerato sindaco del paese, la gente gli portava tante cose belle da mangiare e da lì è nata tutta la sua storia. “Vedevo fare i tortellini, il pane cotto con il forno a legna tutti i giorni, pigiare l’uva con i piedi, son tutte cose che da ragazzino ti rimangono dentro, oggi ahimè i bambini vivono con una playstation e un computer. Credo che il cibo debba essere trasmesso da qualcuno, chef si nasce e non si diventa, è un’arte che devi sentire dentro, nelle mani, nel tuo DNA e nelle tue vene non deve scorrere il sangue, ma il cibo”.

La sua prima esperienza in cucina fu a 11 anni con la sorellina, provò a fare gli gnocchi ma ridendo disse che sbagliò il dosaggio e ne uscirono delle pietre. Rubava sempre la crosta delle lasagne, di fatti da poco inventò una ricetta ispirandosi a questo.

la sua carriera professionale iniziò nel 1979, aveva solo 17 anni, iniziò nelle navi con una brigata di cucina di ben 110 cuochi di scuola francese, grazie a loro è diventato il grande chef che tutti conosciamo. Di quest’esperienza lavorativa racconta che fu molto dura e impegnativa, si parlava solo inglese, lavorando 20 ore al giorno.

E ora è uno degli chef giudici di Masterchef Italia e chiedendo cosa ne pensa lui dice che è un’ottimo programma per chi vuole diventare qualcuno e per farsi notare nel campo della ristorazione.  E’ un’esperienza che l’ha fatto maturare, gli ha fatto capire cosa c’è dietro le persone, è stato molto contento di averlo realizzato. Dei suoi colleghi parla molto bene, definisce Carlo Cracco (non lo direste mai) una persona timida cammuffata da burbero e Joe Bastianich una persona molto diretta e chiara.

E’ sempre in viaggio per la sua cucina, dice di essere molto interessato al mondo arabo e che la sua professione è bella perché gli da modo di conoscere  la storia e la cultura di altri Paesi.

Tra dolce e salato preferisce decisamente  il salato perché , secondo parole sue,  “è scritto nel dna di questo mestiere che un grande chef non è mai un grande pasticciere, perché il mestiere dello chef non è fatto di regole, a differenza di quello del pasticciere fatto di metodi, di formule, di numeri e io sono uno che ama la creatività, e che ama la cucina così: un pizzico di questo, un pizzico di quello, alla fine viene fuori un grande piatto” .

Gli piace individuare il limite gastronomico dentro se stesso. Non ama le cucine bizzarre, estreme. Usa molte spezie scoperte nella cucina libanese, che adora. La considera una delle cucine più interessanti del mondo. Però ha fatto una grande rinuncia, che è quella della famiglia perché tra televisione, viaggi, libri non ne ha proprio il tempo.

Il suo sogno più grande è realizzare una lasagna da guinness dei primati per tutti i bambini africani, con un sacco di ragù e besciamella, beh ci sarebbe solo da accomodarsi a tavola e   “Tutti in Cielo”! (cit. sua famosa)